Convegno nazionale IDR. Dalla solitudine all’incontro: un compito per l’Irc

Convegno nazionale IDR. Dalla solitudine all’incontro: un compito per l’Irc

Rigenerare il mondo: dalla solitudine all’incontro. Un compito per l’Irc” è stato il tema proposto ai docenti formatori di religione cattolica nel recente convegno nazionale organizzato ad Assisi dall’Ufficio per la Religione Cattolica (Irc) della Cei, a cui hanno partecipato anche sette docenti pugliesi.

È stata l’occasione per esplorare la complessità delle relazioni umane nell’era contemporanea, offrendo prospettive preziose per gli insegnanti di (Irc) e per tutti coloro impegnati nel campo educativo. È stato proposto un itinerario che ha toccato la psicoanalisi, la teologia, l’esegesi biblica e la spiritualità francescana, il convegno ha sottolineato come la vera rigenerazione del mondo parta dal coraggio di superare i legami fragili e abbracciare l’autentico incontro.

Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio Cei, introducendo i lavori ha indicato nei legami da costruire e custodire e, in particolare, nell’amicizia, i focus sui cui sarebbero concentrati i lavori. A questo proposito ha ricordato le parole di Leone XVI quando ai giovani ha ricordato che è amicizia che può cambiare il mondo veramente ed è la vera strada per la pace.

Le relazioni umane, sotto una visione psicanalitica, sono state oggetto della relazione Vivere le relazioni nell’epoca dei legami fragili presentata dal dott. Nicolò Terminio, distinguendo tre livelli attraverso cui leggere l’esperienza relazionale: Immaginario, Simbolico e Reale.

La relazione immaginaria si basa sul rispecchiamento narcisistico e sulla logica del “tifoso”, dove l’individuo cerca negli altri un doppione della propria immagine ideale e l’amicizia è determinata dalla somiglianza (avere la stessa “magliettina”).

La relazione simbolica si fonda sulla relazione asimmetrica, in particolare quella intergenerazionale, e sui ruoli. In questo piano, l’obiettivo non è la cosa in sé, ma il desiderio del desiderio dell’altro (desidero essere desiderato).

La relazione reale trascende l’io e il tu, generando l’esperienza del noi, che è pura alterità e discontinuità. In questa dimensione, l’individuo accede al desiderio di avere un proprio desiderio (la vocazione). L’attuale fragilità dei legami, secondo il relatore è data dalla tendenza a evitare il “tempo del canotto” – il momento in cui ci ritrova tra una destinazione che non si può raggiungere e una partenza ormai troppo lontana per tornarci. Il compito educativo è aiutare i giovani a dare forma al proprio “idioma”, il battito unico che rende un’attività coinvolgente e rigenerativa.

La prospettiva teologica nelle relazioni è stata presentata da mons. Daniele Gianotti, teologo e vescovo di Crema che ha aiutato i corsiti a Rileggere le relazioni umane alla luce di un Dio che si presenta come relazione, ha affrontato la sfida di dimostrare che la fede trinitaria e la dottrina su un Dio che si presenta come relazione abbiano concrete implicazioni pratiche per la vita dei credenti. Il punto di partenza è la possibilità di riconoscere tracce trinitarie (vestigia trinitatis) nella realtà creata, in particolare nell’interiorità spirituale dell’uomo (l’anima), che è la realtà creata “meno dissomigliante” rispetto al Creatore. Solo a partire dalla Rivelazione, culminante in Gesù Cristo, è possibile riconoscere a posteriori queste tracce nella creazione. Ha indicato tre virtù trinitarie che possono generare pratiche di vita in risonanza con il Dio Trino: la polifonia, ossia la pluralità di voci e prospettive che possono armonizzarsi simultaneamente senza essere in opposizione. Questo modello suggerisce che la diversità (come tra le diverse teologie trinitarie o i quattro Vangeli) non è necessariamente disaccordo, ma può costituire una maggiore ricchezza; la partecipazione, l’importanza della compartecipazione vicendevole e comunione (come l’unità correlativa e indivisibile delle Persone divine), un concetto che aiuta a superare l’individualismo. L’identità personale si costituisce in stretto rapporto con gli altri, in vincoli di correlazione vicendevole; la particolarità, quella virtù che esalta il riconoscimento e la valorizzazione della singolarità e della differenza. La propria identità personale è il risultato di un insieme di partecipazioni e relazioni, plasmata continuamente nella reciprocità relazionale.

La seconda giornata dei lavori è stata aperta dalla relazione biblica su “Abramo, amico di Dio”, tenuta dal rabbino Ariel Di Porto, membro del Consiglio dell’Assemblea rabbinica italiana e della Consulta rabbinica dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.

La figura di Abramo, chiamato in Is. 41, 8 “discendenza di Abramo, mio amico” (Zera Abram o Avi), è stata analizzata come archetipo di una relazione attiva e di una fede salda.

Abramo è definito “colui che mi ama” (participio attivo) e non semplicemente come “servo” o “amato”. Il patriarca attiva la dimensione relazionale ricambiando la scelta divina con una consegna totale. Questa posizione genera una reciprocità talmente intima che Dio decide di non celargli il suo piano di distruggere Sodoma, elevandolo al rango di partner nell’amministrazione della giustizia (Gen 18, 17).

La sua fede (emunà) non è una credenza intellettuale cieca, ma fermezza, stabilità e solidità (alef bem nun). L’emunà di Abramo è l’atto di appoggiarsi totalmente su Dio, cementandosi nella promessa divina (Gen 15, 6) e trovando un punto d’appoggio incrollabile. È una fedeltà attiva che lo spinge ad agire nella storia, persino cercando di “aiutare Dio” a realizzare la promessa della discendenza attraverso Agar.

Abramo incarna principi etici fondamentali come la critica all’idolatria: Abramo (l’ebreo, Aivri, colui che sta dall’altra parte) è il primo iconoclasta, che usa la ragione critica per distruggere l’idolatria mentale e spirituale del suo tempo; l’ospitalità (Hesed): nell’episodio di Mamre, Abramo chiede a Dio di aspettare per potersi occupare dei tre viandanti. Da ciò deriva il principio che l’accoglienza degli ospiti è più grande dell’accogliere il volto della presenza divina; la giustizia e diritto (mishpat e tzedakah): Abramo è il custode della via del Signore, che consiste nel praticare giustizia e diritto. Il suo famoso “contendere” con Dio per Sodoma (Gen 18, 23) è la forma più alta di emunà: egli sfida Dio in nome della Sua stessa giustizia, bilanciando l’attributo del giudizio con quello della misericordia e difendendo la vita umana.

La dott.ssa Monica Amadini, ordinario di pedagogia generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha trattato il tema “Educare alla relazione, itinerari generativi”. La riflessione sulla generatività delle relazioni educative ha posto l’attenzione sulla distanza tra l’ideale dello “studente efficace” (attivo, motivato, che non teme il fallimento) e la realtà dei giovani che si presentano oggi “con le spine”. Le spine sono intese come strategie difensive che i ragazzi e le ragazze mettono in atto per proteggere la propria bellezza fragile da paure, ferite relazionali e pericoli percepiti. Più la bellezza da custodire è fragile, più le spine sono appuntite. La società attuale tende a destituire di senso la fragilità, spingendo gli adulti a narrare la vita alle nuove generazioni come un percorso in cui non c’è spazio per i limiti, le incertezze o il fallimento, promuovendo l’iper-performatività. Questa narrazione sta generando le generazioni “riccio spinose” che hanno interiorizzato un modo di stare nelle relazioni che è difensivo e non condivisivo della propria vulnerabilità.

La relazione finale, “il Cantico dell’Amicizia”, è stata affidata a Fr. Pietro Maranesi, professore di storia e teologia francescana e medievale presso l’Istituto Teologico di Assisi e presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma, che ha posto l’attenzione sul valore dell’amicizia come dono e impegno (o responsabilità), attraverso la testimonianza di San Francesco con Frate Leone e Santa Chiara. La relazione speciale con frate Leone è incarnata un biglietto autografo dove il santo di Assisi tratteggia l’amicizia come cura per incoraggiare le scelte e aiutare l’altro a essere autonomo e responsabile, senza paura della solitudine. IL secondo documento, conosciuta come Cartula (contenente le lodi del Dio Altissimo e la Benedizione di Aronne), rappresenta l’amicizia come cura per consolare nella tristezza. Francesco, consapevole dello sconforto di Leone, gli consegna un oggetto prezioso per sé, scrivendo la benedizione con una grafia solenne per mostrare la sua cura e invitarlo a rialzare gli occhi dalla sua afflizione.

Il rapporto con Santa Chiara è stato descritto come un legame di affidamento e cura. Chiara, pur non avendo conservato l’originale, trascrisse nella sua Regola (Capitoli 6 e 10) la promessa di Francesco: “Voglio e prometto da parte mia e dei miei frati di avere sempre di voi come di loro, attenta cura e sollecitudine speciale”. Chiara ha usato questa promessa come garanzia giuridica del legame con il sogno di povertà di Francesco, difendendolo contro le pressioni esterne.

I lavori dei giorni del convegno sono stati arricchiti da frequenti e costruttivi laboratori tra i corsisti, per un confronto sui temi trattati nelle relazioni, sulle esperienze didattiche e sulle prospettive formative da riportare nelle ragioni di appartenenza.

Tonio Rollo

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